Ciao,
questa newsletter arriva con qualche giorno di ritardo, e desidero dirlo apertamente. Durante la pausa natalizia sono stato in Giappone, vivendo a Yamashina, a Kyoto. Il materiale raccolto in questo periodo — appunti, scene, camminate, silenzi — aveva bisogno di tempo per depositarsi. Scrivere subito avrebbe significato ridurlo a impressione.
L’inizio dell’anno porta spesso con sé un’urgenza di ripartenza. Io ho sentito, invece, la necessità di rallentare: lasciare che l’esperienza diventasse pensiero, e che il pensiero trovasse una forma abitabile.
Colgo quindi questo spazio per augurarti un buon anno. Un anno che non chieda necessariamente slanci o risoluzioni, ma che permetta alla pratica di restare concreta, situata, proporzionata ai corpi e ai giorni reali.
Con cura,
Federico
Eppure, nella pratica — e nel modo in cui parliamo di Reiki — l’immagine spesso anticipa l’esperienza,
la orienta, talvolta la chiude.
Quando un luogo, una pratica o una tradizione diventano immagine, iniziano a chiedere conferma:
di essere riconosciuti, di “funzionare”, di restituire ciò che ci aspettiamo.
Interrogare l’immagine non significa rifiutarla, ma sospenderne il potere.
Chiedersi: cosa resta quando l’immagine non sostiene più il senso?
E se la pratica iniziasse proprio lì, dove non c’è nulla da vedere — ma molto da abitare?
Un uomo anziano percorre lentamente il giro delle offerte. Ogni passo è faticoso, ma deciso. Si ferma davanti a ciascun punto, ripete il gesto con attenzione, senza fretta. Il corpo è fragile, il movimento essenziale, e proprio per questo tenace. In quella semplicità, in quella determinazione silenziosa, non c’è nulla da interpretare: solo una presenza che insiste, con cura.
Grazie per accompagnare questa newsletter con attenzione e presenza. Continua a essere, per me, uno spazio di ricerca condivisa più che di trasmissione unidirezionale.
Che il nuovo anno possa sostenere una pratica capace di restare vicina ai corpi, ai luoghi, e a ciò che non chiede di essere messo in scena.

