Newsletter Gennaio 2026 – My Reiki

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Newsletter Gennaio 2026 – My Reiki

My Reiki Newsletter
Reiki senza immagine
Newsletter #8 · Gennaio 2026

Ciao,

questa newsletter arriva con qualche giorno di ritardo, e desidero dirlo apertamente. Durante la pausa natalizia sono stato in Giappone, vivendo a Yamashina, a Kyoto. Il materiale raccolto in questo periodo — appunti, scene, camminate, silenzi — aveva bisogno di tempo per depositarsi. Scrivere subito avrebbe significato ridurlo a impressione.

L’inizio dell’anno porta spesso con sé un’urgenza di ripartenza. Io ho sentito, invece, la necessità di rallentare: lasciare che l’esperienza diventasse pensiero, e che il pensiero trovasse una forma abitabile.

Colgo quindi questo spazio per augurarti un buon anno. Un anno che non chieda necessariamente slanci o risoluzioni, ma che permetta alla pratica di restare concreta, situata, proporzionata ai corpi e ai giorni reali.

Con cura,
Federico

Federico

Questo mese
Reiki senza immagine — Yamashina e l’attrito con Kyoto
Una permanenza invernale a Yamashina diventa l’occasione per interrogare lo scarto tra l’immagine di Kyoto e la vita ordinaria che si svolge ai suoi margini. L’articolo mette in relazione note etnografiche e pratica Reiki, lasciando emergere una domanda essenziale: cosa resta della pratica quando il contesto non “conferma” ciò che ci aspettiamo?

Parola da interrogare
Immagine
Il termine “immagine” sembra innocuo. Rimanda a qualcosa che si vede, che rappresenta, che rende riconoscibile.
Eppure, nella pratica — e nel modo in cui parliamo di Reiki — l’immagine spesso anticipa l’esperienza,
la orienta, talvolta la chiude.

Quando un luogo, una pratica o una tradizione diventano immagine, iniziano a chiedere conferma:
di essere riconosciuti, di “funzionare”, di restituire ciò che ci aspettiamo.

Interrogare l’immagine non significa rifiutarla, ma sospenderne il potere.
Chiedersi: cosa resta quando l’immagine non sostiene più il senso?
E se la pratica iniziasse proprio lì, dove non c’è nulla da vedere — ma molto da abitare?

Una scena
A Bishamondō cade una neve leggera, intermittente. Non trasforma il tempio in un’immagine perfetta: si posa sui cappotti, sulle spalle curve, sulle mani arrossate dal freddo. Le persone che entrano sono poche, infreddolite, ordinarie. Nessun gesto solenne, nessuna attesa.

Un uomo anziano percorre lentamente il giro delle offerte. Ogni passo è faticoso, ma deciso. Si ferma davanti a ciascun punto, ripete il gesto con attenzione, senza fretta. Il corpo è fragile, il movimento essenziale, e proprio per questo tenace. In quella semplicità, in quella determinazione silenziosa, non c’è nulla da interpretare: solo una presenza che insiste, con cura.

Bishamondō, inverno

La domanda del mese
E se una parte della pratica consistesse nel restare con ciò che è semplice, fragile e ordinario, senza cercare conferme simboliche?
Se vuoi, puoi rispondere a questa email. Le tue parole possono diventare materiale di riflessione condivisa nei prossimi mesi.

Grazie per accompagnare questa newsletter con attenzione e presenza. Continua a essere, per me, uno spazio di ricerca condivisa più che di trasmissione unidirezionale.

Che il nuovo anno possa sostenere una pratica capace di restare vicina ai corpi, ai luoghi, e a ciò che non chiede di essere messo in scena.