Reiki e luce: abbagli, norme, possibilità
Newsletter #3 · Agosto 2025
A cura di Federico Scotti
Ciao,
in questa terza newsletter desidero portare lo sguardo su qualcosa che, per molti, appare scontato: l’associazione tra Reiki e luce.
Stare nella luce, inviare luce, essere luce: sono espressioni che circolano ovunque nelle pratiche spirituali contemporanee. Sembrano naturali, universali, positive. Eppure è proprio questa apparente ovvietà che merita di essere interrogata.
Problematicizzare la luce — come simbolo, come lessico, come aspettativa — significa entrare in una zona scomoda: quella in cui ci accorgiamo che anche i concetti più “puri” portano con sé implicazioni politiche ed etiche. La luce può includere, ma anche escludere. Può guarire, ma anche giudicare.
Nel nuovo articolo ti propongo una lettura critica: non per negare la luce, ma per restituirle spessore, storicità, possibilità. Perché ogni simbolo, quando diventa norma, può smettere di curare.
Da questo numero inauguro anche una nuova sezione: le vostre riflessioni. In fondo alla newsletter trovi le parole di Marta, che ringrazio. Se vuoi condividere un pensiero, scrivimi.
Con ascolto e densità,
Federico
Questo mese: Decolonizzare la luce
Essere «nella luce» è diventato, in molte pratiche spirituali, un ideale normativo: un segno di evoluzione, di salute, di rettitudine. Ma quando la luce diventa un imperativo, cosa resta nell’ombra? E chi?
In questo articolo propongo una lettura critica della simbologia della luce nel Reiki, interrogando i rischi di spiritual bypassing, idealizzazione del dolore, esclusione delle soggettività fragili.
Decolonizzare la luce significa restituirle la sua complessità storica, spirituale e politica — per trasformarla da dogma a possibilità relazionale.
Parola da interrogare
Luce
Non è soltanto una metafora: è un dispositivo simbolico. La luce guida, distingue, seleziona. A volte accoglie, a volte impone. Spesso esclude.
Chi è nella luce? Chi emana chiarezza, carisma, positività. Ma chi è stanco, fragile, opaco? Rischia di sentirsi fuori luogo. Come se l’ombra fosse un errore da correggere.
Nel Reiki, possiamo tornare alla luce come gesto, e non come obbligo. Come spazio condiviso, non come scala di merito.
Una scena vissuta
Durante una sessione di pratica, una partecipante ha detto: «Ho sentito il mio cuore pesante, come se dentro non ci fosse luce». Nessuno ha risposto subito. Poi qualcuno ha sussurrato: «Forse anche il buio ha qualcosa da dire».
In quel momento ho capito che non c’era nulla da sistemare. Che l’energia non guarisce perché è luminosa, ma perché sa stare con ciò che c’è. Anche quando è opaco, anche quando non insegna nulla.
Reiki, in quel silenzio, era diventato spazio etico. Presenza nuda. Gesto che non pretende.
Milano, 2024
La domanda del mese
E se la luce non fosse una verità da incarnare, ma una metafora da attraversare? Un linguaggio, non un imperativo?
Restare nell’ombra, a volte, è una forma di cura.
Io sono qui, come sempre. Per condividere, accogliere, e ascoltare anche ciò che non si illumina.
Lettere in dialogo
Quella che segue è una riflessione di Marta, terapeuta Reiki professionista e persona attenta, che ringrazio. Le sue parole non cercano di spiegare la pratica, ma di starci dentro: tra familiarità e spaesamento, tra sapere e ascolto. È proprio questo sguardo in divenire che vorrei custodire qui — non come verità, ma come gesto di pensiero condiviso.
L’approccio a una pratica “non scritta” o comunque diffusa in maniera trasversale come il Reiki è sempre abbastanza complesso perché ci mette costantemente nella posizione di non sapere o di comprendere ciò che impariamo stando nella pratica. Facendo di quella pratica qualcosa di sempre più familiare.
Inoltre quando la nascita di ciò che impariamo avviene in un territorio e tessuto culturale diverso dal nostro, ci pone di fronte agli stereotipi e preconcetti che rischiano di farci idealizzare o vedere in maniera distorta la realtà delle cose. Anche far sorgere dei timori senza fondamento.
Quello che ho percepito in questi anni di studi è che avanzando nella pratica non possiamo mai sentirci davvero completi ma sempre attenti a perfezionare la conoscenza di ciò che stiamo praticando. Solo così potremmo davvero avere una visione completa e cosciente.
La mia riflessione: in queste righe c’è una postura che riconosco e condivido profondamente — quella di chi non pretende, ma si interroga. Di chi pratica da un margine, consapevole che ogni sapere è situato, ogni comprensione parziale. Il Reiki, forse, inizia davvero quando smettiamo di cercare conferme e cominciamo ad abitare la complessità di ciò che non si lascia possedere.
Se anche tu desideri condividere un pensiero, una lettera, una crepa: scrivimi. Ogni parola può aprire una soglia.

