In questa quarta lettera: Reiki e psicologismo, il monito di Gramsci, un’etica del corpo-in-relazione e le vostre riflessioni.

My Reiki logo

Reiki e psicologismo: oltre la terapia dell’io

Newsletter #4 · Settembre 2025

A cura di Federico Scotti

Ciao,

qualche settimana fa ho ricevuto una lettera da una lettrice che mi ha ringraziato per il testo sulla luce, raccontandomi quanto sia raro trovare parole che non temono l’ombra. Ha citato Abdi Assadi e il suo lavoro Shadows on the Path, ricordando come sia liberatorio riconoscere la vulnerabilità senza trasformarla in difetto. Questo scambio mi ha confermato che il cuore della pratica non è mai univoco: ciò che condividiamo apre altri pensieri, altri percorsi.

Per questo, in questa quarta newsletter, desidero problematizzare un altro lessico che spesso diamo per scontato: il linguaggio psicologico applicato al Reiki. Blocchi emozionali, ferite interiori, guarigione dell’io: parole che risuonano familiari, ma che rischiano di ridurre la complessità della pratica a una “psicoterapia dolce”.

Vorrei invece restituire al Reiki il suo carattere incarnato, intercorporeo, storico. Guardarlo non come laboratorio dell’io, ma come gesto che accade tra corpi, paesaggi e memorie.

Con sguardo critico e con cura,
Federico

Questo mese: Oltre lo psicologismo

Il nuovo articolo affronta un nodo delicato: la psicologizzazione del Reiki. Laddove la pratica viene presentata come terapia dell’io, orientata a “sciogliere blocchi” o “curare ferite interiori”, si rischia di ridurla a introspezione individuale e di appiattirne la ricchezza tecnica e culturale.

Metto in dialogo il monito di Gramsci contro il riduzionismo dell’io con l’antropologia dell’embodiment e una prospettiva decoloniale. Per restituire al Reiki la sua natura corporea e relazionale: mani che sostano, posture, respiro e silenzio che costruiscono un campo di risonanza, ben oltre l’interiorità individuale.

LEGGI L’ARTICOLO

Parola da interrogare

Psicologismo

Gramsci la usava per indicare la tendenza a spiegare tutto con categorie psichiche e interiori. Nel Reiki, lo psicologismo trasforma il trattamento in palestra dell’io: blocchi da sciogliere, traumi da rielaborare, emozioni da riparare.

Ma cosa perdiamo in questa traduzione? Perdiamo i gesti, le mani, il silenzio. Perdiamo la dimensione intercorporea della pratica. E rischiamo di cancellare genealogie, paesaggi, ritualità che non appartengono al linguaggio terapeutico occidentale.

Forse, allora, il Reiki non è psicoterapia dolce, ma un’etica del corpo-in-relazione.

Una scena vissuta

Dopo la pratica Reiki all’Okunoin, sul monte Kurama, è significativo osservare come alcuni partecipanti abbiano espresso le proprie percezioni con un lessico volutamente incerto e sfumato. Una delle persone presenti non ha detto semplicemente di aver percepito energia, ma ha usato parole più vaghe: «qualcosa si è sciolto».

Non si trattava dunque di formulare una diagnosi precisa, quanto piuttosto di descrivere un processo in atto, una percezione che rimaneva immersa in una trama complessa di significati non ancora definiti. Qui il corpo non si limita a riferire ciò che sente, ma diviene esso stesso narrazione incarnata.

Monte Kurama, aprile 2025

La domanda del mese

E se il Reiki non fosse una terapia dell’io, ma un gesto del corpo? Non un lavoro sulle emozioni interiori, ma una pratica che accade nello spazio tra corpi e mondi?

Curare non è guarire un sé interiore, ma abitare una relazione.

Lettere in dialogo

Ciao Federico,

volevo dirti che il tuo articolo “Reiki e luce: spiritual bypassing, ombra e cura autentica” mi è proprio piaciuto, tra tutti i tuoi scritti è quello che più mi ha toccata.

Leggendolo, mi è venuto subito in mente il lavoro di Abdi Assadi, soprattutto Shadows on the Path. Entrambi mettono in luce quanto sia importante non fuggire nell’idealizzazione della “luce” e dare invece spazio all’ombra, che è parte viva e necessaria del percorso.

Per me trovare voci che parlano dell’ombra senza paura e senza giudizio è sempre qualcosa di liberatorio e raro, spesso assente nel discorso spirituale. Gli scritti di Abdi sono stati per me un punto di riferimento fondamentale e, del resto, sono ormai testi miliari per molti healer americani.

In più, trovo che il bypass spirituale vada spesso a braccetto con quel narcisismo spirituale di cui ti sei occupato in diversi articoli, anche senza citarlo direttamente. Sono due temi che avrei voluto trovare già nel mio primo manuale di Reiki, come una specie di messa in guardia per chi si avvicina a questo cammino.

Apprezzo anche il coraggio con cui, attraverso i tuoi scritti, mi sembra tu stia facendo un vero lavoro da picconiere del Reiki, smontando con lucidità alcune convinzioni e pratiche che rischiano di diventare automatiche o idealizzate.

La mia riflessione: in queste parole risuona una gratitudine che non riguarda solo ciò che scrivo, ma la possibilità stessa di aprire uno spazio critico. È proprio nel riconoscere l’ombra, nel problematizzare le narrazioni più comode, che il Reiki può ritrovare densità etica e respiro relazionale. Ringrazio Maria Sofia per questa lettera che custodisco come un gesto di fiducia e di dialogo.

Vuoi rileggere le newsletter precedenti?

ARCHIVIO NEWSLETTER