Il Reiki non è universale: è una pratica situata

Federico ScottiRisorse ReikiLascia un commento

Reiki come pratica situata tra spiritualità, religione e contesto istituzionale europeo

Abstract

Questo articolo propone una lettura critica del Reiki nel contesto europeo, mettendo in discussione l’idea di “energia universale” come categoria neutra e mostrando, invece, come la pratica si strutturi in modo situato, attraverso corpi, linguaggi, cornici normative e immaginari culturali.
Muovendo dall’antropologia dell’embodiment e da una sensibilità fenomenologica, il testo distingue tra esperienza vissuta e traduzione concettuale, evidenziando come la pluralità europea renda visibili processi di negoziazione, legittimazione e rappresentazione.
La discussione problematizza inoltre la “spiritualità” come etichetta moderna per religiosità non istituzionalizzate e chiarisce le implicazioni pubbliche della distinzione tra pratica e religione, indicando nella responsabilità comunicativa e istituzionale una posta in gioco decisiva per una rete europea del Reiki.

Il corpo, l’Europa, la formula dell’universalità

In una stanza silenziosa, durante un trattamento, due corpi si trovano nello stesso spazio. C’è una postura, un ritmo del respiro, una qualità della presenza che non può essere ridotta a tecnica. Ci sono aspettative, storie, narrazioni ascoltate prima ancora di iniziare. Nulla di ciò che accade in quel momento è astratto. È situato: culturalmente, linguisticamente, relazionalmente.

Eppure siamo abituati a dire che il Reiki è “energia universale”. La formula circola in tutta Europa, attraversa lingue diverse, compare nei siti web, nei programmi di formazione, nei materiali didattici. “Universale” promette inclusione e neutralità; suggerisce che la pratica possa essere compresa allo stesso modo a Milano come a Berlino, a Madrid come a Zurigo.

Ma se osserviamo ciò che accade quando il Reiki viene praticato nei diversi contesti europei, emergono differenze che non sono superficiali. Cambiano le cornici normative, cambiano le sensibilità culturali verso il contatto e la cura, cambiano i linguaggi attraverso cui l’esperienza viene narrata e resa intelligibile. In alcuni Paesi il Reiki viene collocato prevalentemente nel discorso del benessere individuale; altrove si intreccia con percorsi di crescita spirituale o con identità professionali più formalizzate.

Se la pratica fosse semplicemente universale nel senso di neutra e identica a sé stessa ovunque, queste variazioni sarebbero irrilevanti. E invece sono decisive. Esse non rappresentano deviazioni da un modello originario, ma le condizioni concrete attraverso cui il Reiki prende forma e diventa riconoscibile.

Dire che il Reiki non è universale significa allora compiere un gesto analitico: spostare l’attenzione dall’idea astratta di un’energia identica ovunque alla realtà di una pratica che si concretizza dentro configurazioni storiche e culturali specifiche. In altre parole, il Reiki non precede i contesti europei nei quali oggi circola; si struttura al loro interno, negoziando continuamente significati, legittimità e forme di rappresentazione.

Universalismo come promessa e come dispositivo

La parola “universale” non è neutra. Essa opera come promessa di inclusione, suggerendo che il Reiki possa essere praticato da chiunque, indipendentemente da appartenenze culturali, linguistiche o religiose. In questa accezione, l’universalità sembra indicare apertura, accessibilità, possibilità di incontro. È comprensibile che una pratica transnazionale abbia bisogno di un lessico capace di attraversare confini.

Tuttavia, dal punto di vista antropologico, l’universalismo non coincide semplicemente con l’apertura. Esso può funzionare anche come dispositivo che rende invisibili le differenze attraverso cui una pratica prende forma. Quando si afferma che qualcosa è universale, si tende implicitamente a sospendere le condizioni storiche e culturali della sua emergenza, come se tali condizioni fossero secondarie rispetto a un nucleo essenziale che resterebbe identico ovunque.

Nel contesto europeo, questa tensione diventa particolarmente evidente. L’Europa non è uno spazio omogeneo; è un mosaico di sistemi giuridici, tradizioni religiose, concezioni della salute, modelli di professionalizzazione. Il Reiki, nel suo circolare attraverso questi ambienti, viene tradotto, adattato, talvolta riformulato per risultare intelligibile e legittimo. Ciò che in un Paese viene presentato come pratica di benessere complementare, in un altro può assumere accenti più spirituali o più professionalizzanti.

Se insistiamo esclusivamente sull’idea di universalità, rischiamo di leggere queste variazioni come dettagli marginali, laddove esse costituiscono la sostanza concreta della pratica. L’universalismo, in questo senso, non elimina le differenze: le rende meno visibili, talvolta meno pensabili. La pluralità continua a esistere, ma non viene tematizzata.

Questo non implica abbandonare ogni riferimento a ciò che accomuna le diverse pratiche Reiki in Europa. Implica piuttosto distinguere tra una universalità intesa come orizzonte relazionale — la possibilità di riconoscersi in un linguaggio condiviso — e un universalismo che pretende di stabilire un’identità uniforme, indipendente dai contesti. Nel primo caso, l’universalità favorisce l’incontro; nel secondo, rischia di appiattire le differenze in nome di una coerenza astratta.

In altre parole, il problema non è che il Reiki circoli tra Paesi diversi. Il problema emerge quando la circolazione viene interpretata come prova di una identità già data, invece che come processo di negoziazione continua. Una pratica che attraversa confini non rimane immutata: si riconfigura, si traduce, si adatta alle aspettative e alle cornici normative che incontra. Ignorare questa dinamica significa sottrarre alla pratica la sua dimensione storica e politica.

Reiki come pratica situata: corpo, contesto, negoziazione

Affermare che il Reiki è una pratica situata significa compiere uno spostamento epistemologico. Non si parte più da un principio astratto — l’energia, la tradizione, il sistema — per poi applicarlo ai contesti, ma si parte da ciò che accade quando la pratica viene effettivamente messa in atto. La pratica non è un riflesso secondario di un’essenza; è il luogo in cui il Reiki prende forma.

Una pratica esiste solo quando viene agita. Essa implica corpi presenti, disposizioni apprese, modalità di attenzione coltivate nel tempo. Implica spazi — uno studio privato, una sala associativa, un contesto formativo — e implica relazioni che non sono mai neutre. Ogni incontro Reiki è attraversato da aspettative, storie personali, cornici culturali che orientano ciò che viene percepito come significativo.

In questo senso, il corpo non è un semplice strumento attraverso cui si applica una tecnica. È il luogo in cui la pratica si sedimenta e si trasmette. Le posture, la qualità del tocco o della non-prossimità, il modo di modulare il silenzio, la capacità di sostare nell’attenzione costituiscono un sapere incorporato che non può essere ridotto a informazione. L’apprendimento del Reiki avviene attraverso una progressiva educazione del corpo, una trasformazione della sensibilità che si struttura nel tempo, all’interno di specifici ambienti formativi e culturali.

Questa dimensione incarnata rende immediatamente visibile la natura situata della pratica. Non esiste un corpo “universale” che pratichi Reiki; esistono corpi socialmente formati, inscritti in contesti normativi e simbolici differenti. In alcuni Paesi europei, la regolamentazione delle professioni non sanitarie incide sul modo in cui il Reiki viene presentato e insegnato; altrove, l’assenza di un quadro normativo definito produce configurazioni diverse di legittimazione. Le modalità di professionalizzazione, i linguaggi utilizzati nella comunicazione pubblica, le aspettative dei praticanti e dei riceventi variano in relazione a queste condizioni.

Questa prospettiva non implica in alcun modo una svalutazione dell’esperienza soggettiva del praticante. Molti descrivono il Reiki come esperienza di connessione, di unità, talvolta come percezione di un flusso che eccede la dimensione individuale. L’esperienza di “universalità” è, per chi pratica, un dato fenomenologico reale: essa si manifesta come ampliamento del senso di sé, come attenuazione dei confini tra interno ed esterno, come intensificazione della presenza. In termini merleau-pontiani, potremmo dire che si tratta di una modificazione della struttura percettiva del corpo vissuto, una riconfigurazione del modo in cui il soggetto si sente al mondo.

Una prospettiva antropologica non contesta questo vissuto. Ciò che viene problematizzato non è l’esperienza in quanto tale, bensì la sua traduzione concettuale. Seguendo l’impostazione dell’embodiment proposta da Thomas Csordas (1990), l’esperienza corporea precede la sua tematizzazione simbolica: è nel momento in cui essa viene nominata, insegnata, condivisa che assume forme culturalmente riconoscibili. Dire che si sperimenta una forma di connessione non equivale automaticamente a stabilire che tale esperienza fondi un’essenza ontologicamente universale della pratica.

In altre parole, l’esperienza di universalità può essere compresa come un potente effetto della pratica: una configurazione percettiva e relazionale che emerge dall’intreccio tra attenzione, postura, contesto e aspettative condivise. Tuttavia, la struttura attraverso cui quella esperienza viene appresa, insegnata e legittimata resta situata. È all’interno di ambienti formativi concreti, di linguaggi specifici, di tradizioni narrative determinate che l’esperienza viene resa intelligibile come “energia universale”. Distinguere tra esperienza e traduzione non significa separarle rigidamente, ma riconoscere il loro intreccio. Proprio perché l’esperienza è intensa e significativa, merita di essere compresa anche nelle condizioni che la rendono pensabile.

La nozione di pratica situata permette di tenere insieme continuità e differenza senza ricorrere a un modello gerarchico. Le diverse modalità attraverso cui il Reiki viene insegnato e praticato in Europa non sono deviazioni da una forma originaria pura; sono espressioni di un processo di adattamento e traduzione che accompagna ogni pratica transnazionale. La circolazione non produce omogeneità, ma configurazioni plurali che restano riconoscibili pur nella loro eterogeneità.

Da questa prospettiva, la pluralità europea non appare come un problema da risolvere, ma come la condizione stessa di esistenza del Reiki nel presente. La pratica non precede le differenze; si struttura attraverso di esse. Ciò che viene condiviso non è un’identità monolitica, bensì un campo di negoziazione in cui linguaggi, immagini e modalità operative vengono continuamente rielaborati.

Riconoscere il Reiki come pratica situata comporta dunque una conseguenza rilevante: la responsabilità non consiste nel preservare un’essenza immutabile, ma nel riflettere sulle condizioni concrete attraverso cui la pratica prende forma. Questa riflessività non indebolisce la pratica; la rende più consapevole della propria storicità e della propria implicazione nei contesti in cui opera.

Pluralità europea come campo di forze: legittimità, narrazioni, posizionamenti

Parlare di pluralità europea significa riconoscere che il Reiki, nel suo circolare tra Paesi e contesti diversi, non incontra soltanto differenze culturali, ma entra in un vero e proprio campo di forze. Ogni spazio nazionale è attraversato da gerarchie di sapere, da rapporti tra biomedicina e pratiche complementari, da sensibilità pubbliche che influenzano ciò che può essere detto, mostrato, riconosciuto come legittimo.

Il pluralismo non è mai una coesistenza pacifica di forme equivalenti. Esso implica negoziazioni continue intorno a categorie come professionalità, efficacia, spiritualità, responsabilità. In alcuni contesti europei, il Reiki tende a essere tradotto in un linguaggio più vicino alla psicologia del benessere; altrove, viene presentato in termini di percorso interiore o di pratica spirituale. Queste traduzioni non sono scelte puramente stilistiche: esse rispondono a configurazioni culturali e normative che orientano le possibilità di riconoscimento pubblico.

In questo scenario, emerge inevitabilmente una questione: chi definisce quali narrazioni diventano dominanti? Quali immagini del Reiki acquisiscono maggiore visibilità? Quali linguaggi vengono considerati più “seri”, più “professionali”, più accettabili nel dialogo con istituzioni e opinione pubblica?

Ogni volta che una modalità di rappresentazione si stabilizza, altre restano ai margini. Non perché siano meno autentiche, ma perché risultano meno compatibili con le cornici di legittimazione prevalenti. La tendenza a uniformare il discorso, presentando il Reiki in termini che appaiano universalmente condivisibili, può produrre una riduzione della complessità. Ciò che non rientra nel registro dominante rischia di essere silenziato o riformulato.

Nel contesto di una rete europea, questa dinamica assume una particolare rilevanza. La costruzione di un linguaggio comune è necessaria per favorire il dialogo transnazionale. Tuttavia, un linguaggio comune non coincide con un linguaggio unico. Quando l’esigenza di coerenza si traduce in omologazione, la pluralità che costituisce la ricchezza del campo europeo viene compressa entro categorie più facilmente gestibili.

Una prospettiva antropologica invita a sostare in questa tensione senza risolverla prematuramente. Essa suggerisce di considerare il campo europeo del Reiki come uno spazio in cui differenti posizionamenti possono essere resi espliciti, anziché armonizzati in modo forzato. Riconoscere che esistono configurazioni diverse di pratica e di narrazione non indebolisce il dialogo; lo rende più realistico.

In questo senso, la pluralità non è un ostacolo alla costruzione di una rete europea. È la condizione stessa della sua esistenza. Una rete non collega identità identiche; collega differenze che trovano modalità di confronto e di traduzione reciproca.

Rappresentazione e responsabilità: cosa mostriamo quando mostriamo Reiki?

Ogni pratica che entra nello spazio pubblico viene accompagnata da immagini, simboli, narrazioni. Il Reiki non fa eccezione. Siti web, brochure, loghi, fotografie, testi promozionali, formule ripetute nei corsi e nei materiali formativi contribuiscono a costruire un immaginario condiviso. Questo immaginario non è un semplice ornamento comunicativo: partecipa attivamente alla definizione di ciò che il Reiki appare essere.

Le immagini non sono mai innocenti. Esse attingono a repertori culturali preesistenti, a estetiche spirituali riconoscibili, a simbolismi che evocano purezza, armonia, trascendenza. In molti contesti europei, il Reiki viene rappresentato attraverso un lessico visivo e verbale che richiama l’Oriente in forma stilizzata, la natura come spazio incontaminato, la luce come metafora universale di guarigione. Tali scelte rispondono a codici condivisi nel mercato del benessere contemporaneo, dove la riconoscibilità facilita l’identificazione.

Tuttavia, questa estetica standardizzata tende a produrre un effetto di uniformità. Laddove il Reiki è presentato sempre attraverso gli stessi simboli e le stesse formule, la pluralità concreta delle pratiche viene oscurata. Le differenze nazionali, le specificità dei percorsi formativi, le tensioni tra professionalizzazione e dimensione relazionale si dissolvono in un’immagine rassicurante e facilmente consumabile.

La questione non riguarda la legittimità di utilizzare determinati simboli o linguaggi. Riguarda piuttosto la consapevolezza degli effetti che tali scelte producono. Ogni rappresentazione seleziona alcuni aspetti e ne lascia altri in ombra. Se l’universalismo tende a rendere invisibili le differenze a livello concettuale, l’estetica spirituale standardizzata può produrre un effetto analogo sul piano visivo e narrativo.

Nel contesto europeo, dove il Reiki si confronta con pubblici eterogenei e con sistemi di legittimazione differenti, la responsabilità comunicativa diventa un elemento centrale. Mostrare il Reiki come pratica situata implica accettare che esso non si riduce a un’immagine archetipica né a un linguaggio univoco. Implica riconoscere che ciò che è evocativo in un Paese può risultare opaco o fraintendibile in un altro.

Una prospettiva riflessiva non richiede di controllare rigidamente la rappresentazione, ma di interrogare le scelte compiute. Quale idea di Reiki viene resa visibile? Quale dimensione viene privilegiata? Quale pubblico viene implicitamente escluso? In questo senso, la comunicazione non è un momento separato dalla pratica; è una sua estensione nello spazio pubblico, e come tale richiede attenzione.

Riconoscere il carattere situato della rappresentazione significa accettare che non esiste un’immagine definitiva del Reiki. Esistono configurazioni che emergono dall’incontro tra tradizioni, mercati culturali, esigenze istituzionali e percorsi personali. Rendere esplicita questa complessità non indebolisce la pratica; la sottrae alla semplificazione.

Reiki come pratica, non come religione 

Nel dibattito pubblico europeo, il Reiki viene talvolta collocato in una zona ambigua, sospesa tra spiritualità e religione. In alcuni contesti è percepito come percorso interiore; in altri viene assimilato a un sistema di credenze; altrove ancora viene presentato come tecnica di benessere priva di implicazioni metafisiche. Questa oscillazione non è casuale: riflette la trasformazione contemporanea delle categorie attraverso cui in Europa si nominano le esperienze di senso.

Negli ultimi decenni, numerosi studiosi hanno osservato come il termine “spiritualità” sia progressivamente divenuto una categoria ombrello per designare forme di religiosità non istituzionalizzate, individualizzate, de-dogmatizzate. Paul Heelas e Linda Woodhead (2005) hanno parlato di una “spiritual revolution” per descrivere il passaggio da religioni orientate all’autorità esterna a forme di ricerca interiore centrate sull’esperienza soggettiva. Giovanni Filoramo (2004), da un’altra angolazione, ha mostrato come la spiritualità contemporanea tenda a presentarsi come alternativa alla religione strutturata, pur mantenendo molte delle sue funzioni simboliche.

In altre parole, “spirituale” non è un termine neutro. È una categoria storicamente situata, emersa nel contesto della modernità occidentale e strettamente connessa ai processi di secolarizzazione e individualizzazione analizzati, tra gli altri, da Charles Taylor (2007). Anche la nozione stessa di “religione”, come ha mostrato Talal Asad (1993), è una costruzione moderna che definisce retrospettivamente ciò che viene considerato credenza, dottrina, sistema organizzato.

Quando il Reiki viene definito “spirituale”, si inserisce dentro questa costellazione semantica. La spiritualità diventa così una zona intermedia: abbastanza distante dalla religione istituzionale da risultare accettabile in contesti laici, ma sufficientemente carica di profondità simbolica da preservare un’aura di significatività. In molti Paesi europei, questa etichetta svolge una funzione strategica: consente di evitare l’associazione con religioni formalizzate, mantenendo al contempo una dimensione di interiorità e trascendenza.

Da un punto di vista antropologico, tuttavia, è necessario problematizzare questa soluzione apparentemente equilibrata. La spiritualità non descrive un’essenza della pratica; è una modalità di interpretazione che emerge all’interno di specifici contesti culturali. Alcuni praticanti attribuiscono al Reiki un significato spirituale; altri lo comprendono in termini relazionali, fenomenologici o pragmatici. Nessuna di queste letture è costitutiva in senso ontologico della pratica stessa.

Ciò che rende il Reiki riconoscibile non è l’adesione a un sistema di credenze, né la condivisione di una teologia implicita, bensì una serie di attività embodied e relazionali: modalità di attenzione, posture, forme di prossimità, processi di apprendimento che si strutturano attraverso l’esperienza. Le interpretazioni spirituali costituiscono una delle cornici attraverso cui tale esperienza viene narrata, ma non ne esauriscono il significato.

Nel contesto europeo, questa distinzione assume un rilievo particolare. In Paesi caratterizzati da forte pluralismo religioso o da marcata laicità istituzionale, l’associazione immediata tra Reiki e religione può generare chiusure preventive; al tempo stesso, l’etichetta “spirituale” può apparire come soluzione neutrale, quando in realtà essa è culturalmente situata e carica di implicazioni. Presentare il Reiki come pratica consente di mantenere aperto uno spazio di dialogo con istituzioni sanitarie, ambienti educativi e pubblici eterogenei, senza imporre un quadro interpretativo unico.

L’analisi antropologica suggerisce che la densità di senso di una pratica non dipende dalla sua trasformazione in sistema dottrinale né dalla sua collocazione nel campo della spiritualità contemporanea. Una pratica può essere profondamente significativa pur rimanendo priva di una teologia formalizzata. Essa produce effetti attraverso l’esperienza, attraverso il modo in cui i corpi si relazionano e le narrazioni si intrecciano nel tempo.

In questo senso, collocare il Reiki primariamente sul piano della pratica non significa svuotarlo di profondità; significa sottrarlo alla necessità di essere continuamente tradotto in categorie — religione, spiritualità, benessere — che appartengono a storie concettuali specifiche. La profondità non risiede in un insieme di enunciati metafisici, ma nella qualità dell’esperienza vissuta e nella trama relazionale attraverso cui essa prende forma.

Collocare il Reiki primariamente sul piano della pratica non costituisce soltanto una scelta terminologica. Nel campo europeo, dove le pratiche complementari si muovono all’interno di cornici normative differenziate e talvolta restrittive, il modo in cui una attività viene nominata incide direttamente sulle sue possibilità di riconoscimento.

In contesti caratterizzati da forte laicità istituzionale, la categorizzazione di una pratica come “religiosa” o “spirituale” può produrre chiusure preventive nei sistemi sanitari, educativi o professionali. Tali chiusure non dipendono necessariamente da un giudizio negativo sulla pratica, ma dalla necessità, da parte delle istituzioni, di mantenere una distinzione tra ambito confessionale e ambito pubblico. Presentare il Reiki come pratica relazionale e formativa, fondata su un sapere incorporato e su modalità di attenzione coltivate nel tempo, consente di collocarlo in uno spazio dialogico differente, in cui la questione non è la credenza, ma la responsabilità formativa e professionale.

Analogamente, nei Paesi in cui l’accesso al riconoscimento professionale passa attraverso categorie di competenza, formazione e deontologia, il linguaggio della pratica risulta maggiormente traducibile rispetto a quello della spiritualità non istituzionalizzata. Parlare di pratica significa rendere visibili processi di apprendimento, criteri di trasmissione, forme di supervisione e di responsabilità. Significa situare il Reiki all’interno di un orizzonte di competenze e non esclusivamente di convinzioni personali.

Questa operazione non riduce la profondità dell’esperienza; ne modifica la collocazione nel campo pubblico. In un’Europa attraversata da pluralismo religioso, sensibilità laiche e sistemi normativi eterogenei, la scelta di enfatizzare la dimensione pratica del Reiki diventa una mossa che consente alla rete europea di mantenere apertura e inclusività senza rinchiudersi in una identità confessionale implicita.

In altre parole, distinguere tra pratica e religione non equivale a svuotare il Reiki di senso; equivale a renderlo più capace di circolare in spazi istituzionali complessi. È una scelta che riconosce la natura situata della pratica e, allo stesso tempo, ne tutela la possibilità di dialogo in un campo di forze europeo che non è neutro.

Oltre l’universalismo, verso una responsabilità situata

Dire che il Reiki non è universale non equivale a negarne la capacità di attraversare culture, lingue e confini nazionali. Significa riconoscere che tale attraversamento non avviene in uno spazio neutro. Ogni volta che il Reiki viene insegnato, praticato, raccontato in Europa, esso si concretizza all’interno di configurazioni storiche e sociali specifiche. Non esiste una versione sospesa al di sopra dei contesti; esistono forme che emergono dall’incontro tra corpi, norme, immaginari e narrazioni.

L’universalismo, inteso come identità astratta e omogenea, rischia di sottrarre visibilità a questa complessità. Esso promette unità, ma può produrre appiattimento; promette inclusione, ma talvolta rende meno percepibili le differenze che costituiscono la ricchezza del campo europeo. Una prospettiva situata, al contrario, non frammenta la pratica: la radica. Mostra che ciò che viene condiviso non è un’essenza immobile, bensì un processo di negoziazione continua.

Nel panorama europeo contemporaneo, dove il Reiki si confronta con sistemi di legittimazione differenti e con pubblici eterogenei, questa consapevolezza diventa una forma di responsabilità. Responsabilità nel linguaggio utilizzato, nelle immagini diffuse, nei modelli formativi proposti. Responsabilità nel riconoscere che ogni scelta comunicativa e istituzionale contribuisce a definire quali aspetti della pratica diventino centrali e quali restino in ombra.

Una rete europea non si costruisce eliminando le differenze, ma rendendole pensabili. Il dialogo non richiede uniformità, bensì capacità di traduzione e ascolto reciproco. Se il Reiki è una pratica situata, allora la sua vitalità non dipende dalla conservazione di un’identità monolitica, ma dalla possibilità di riflettere sulle condizioni concrete attraverso cui prende forma.

In questa prospettiva, l’antropologia non fornisce una definizione definitiva del Reiki. Offre piuttosto strumenti per osservarlo nel suo farsi: nel modo in cui i corpi apprendono, le narrazioni orientano l’esperienza, le istituzioni influenzano la legittimazione, le immagini plasmano l’immaginario collettivo. Spostare lo sguardo dall’astrazione all’esperienza non indebolisce la pratica; la restituisce alla sua dimensione storica e relazionale.

Forse, allora, la questione non è stabilire se il Reiki sia universale o meno. La questione è comprendere come esso diventi reale nei luoghi in cui viene praticato. È in questa realtà concreta — situata, plurale, negoziata — che il Reiki continua a prendere forma nel contesto europeo.

Riferimenti bibliografici

Asad, T. (1993). Genealogies of Religion: Discipline and Reasons of Power in Christianity and Islam. Baltimore: Johns Hopkins University Press.

Filoramo, G. (2004). Che cos’è la religione. Temi, metodi, problemi. Torino: Einaudi.

Heelas, P. and Woodhead, L. (2005). The Spiritual Revolution: Why Religion is Giving Way to Spirituality. Oxford: Blackwell.

Taylor, C. (2007). A Secular Age. Cambridge, MA: Harvard University Press.

Csordas, T. J. (1990). “Embodiment as a Paradigm for Anthropology.” Ethos, 18(1), pp. 5–47.

Merleau-Ponty, M. (1945). Phénoménologie de la perception. Paris: Gallimard.

 

L'Autore

Federico Scotti

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Federico Scotti è filosofo, antropologo e maestro di Reiki tradizionale giapponese. Fondatore del Centro My Reiki, da oltre un decennio si dedica all’insegnamento e alla trasmissione del Reiki con un approccio etico, critico e riflessivo, attento alla storia e al contesto culturale della pratica. Con una solida formazione in filosofia e antropologia della salute, integra il pensiero critico con lo studio delle pratiche di guarigione non biomediche, approfondendo in particolare i temi dell’embodiment, dei paesaggi terapeutici e delle prospettive culturali e decoloniali del benessere. Autore di diversi libri sul Reiki, promuove una visione profonda e non dogmatica della disciplina, in dialogo con la ricerca antropologica e con le trasformazioni spirituali contemporanee. Ogni anno accompagna gruppi di praticanti in Giappone nei Reiki Tour, percorsi esperienziali e trasformativi nei luoghi legati alla storia di Usui Sensei. Nel suo insegnamento, integra la pratica con la consapevolezza critica: per lui, il Reiki è prima di tutto una forma di ascolto profondo e di relazione consapevole con il vivente, inteso non solo come corpo umano, ma come insieme di legami, emozioni, paesaggi e memorie. Una cura che non separa, ma connette.

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