Reiki senza immagine

Federico ScottiRisorse Reiki1 Commento

Ingresso del tempio Bishamondō a Kyoto in inverno, con travi in legno e corde rituali, affacciato su un giardino spoglio.

Abstract
Questo articolo nasce da una permanenza invernale a Yamashina, quartiere orientale di Kyoto, e propone una riflessione sullo scarto tra l’immagine del Giappone che Kyoto produce e la vita quotidiana che si dispiega ai suoi margini. Attraverso scene ordinarie e luoghi non turistici, il testo interroga il ruolo dell’immaginario nella pratica Reiki, mettendo in relazione luogo, corpo e attenzione. Lontano da cornici estetiche e narrative consolidate, Yamashina diventa così uno spazio in cui la pratica è chiamata a confrontarsi con l’opacità dell’ordinario e con una presenza più sobria e situata.
Nota di contesto
Le riflessioni qui raccolte nascono durante una permanenza in Giappone, nel quartiere di Yamashina (Kyoto),
dal 26 dicembre 2025 al 14 gennaio 2026.
Il testo intreccia osservazioni di vita quotidiana, note etnografiche e riflessioni sulla pratica Reiki, a partire da un’esperienza situata e non turistica del contesto urbano.

Inverno a Yamashina: entrare in una Kyoto laterale

L’inverno, a Yamashina, arriva come una grammatica diversa. Non annuncia nulla, non prepara scenografie: si deposita sulle cose con una sobrietà concreta, quasi priva di retorica. L’aria è asciutta, il freddo non è teatrale, e la luce — quando c’è — sembra stare più bassa del consueto, come se anche il giorno preferisse parlare sottovoce. Camminando nel quartiere, la sensazione iniziale riguarda il ritmo: la città scorre senza offrirsi, senza chiedere di essere guardata. Si attraversano strade dove le insegne non “spiegano” un altrove, ma segnalano un presente; si incrociano persone che non esibiscono un’immagine, ma svolgono una giornata.

È una Kyoto che molti non cercano, e proprio per questo diventa rivelatrice. Yamashina si presenta come un margine interno: non una periferia nel senso povero del termine, quanto un’area in cui l’ordinario non è stato ancora tradotto in attrazione. Qui lo sguardo non viene accompagnato, e la mente, abituata a riconoscere il Giappone attraverso un repertorio di segni pronti, si accorge di quanto desideri essere guidata. La Kyoto più nota, quella che circola come immagine globale, offre continuamente appigli: legno, giardini, silhouette di templi, rituali leggibili, silenzi “giusti”. Yamashina, invece, non dà istruzioni. È come se dicesse: se vuoi stare qui, devi farlo senza la stampella dell’aspettativa.

In questo scarto si apre una possibilità, soprattutto per chi pratica. La pratica del Reiki — quando la si vive come attenzione e non come narrazione — ha a che fare con ciò che non si impone: micro-variazioni, soglie, oscillazioni minime. È un modo di stare che non cerca subito senso, e che non scambia l’intensità con la spettacolarità. Yamashina, in inverno, sembra chiedere proprio questo: un tipo di presenza meno affamata di simboli, più capace di abitare l’opacità del quotidiano. Non accade nulla di “speciale”, eppure si avverte una pressione sottile, come se il luogo obbligasse a rinegoziare il proprio modo di vedere.

Si potrebbe dire che, qui, il Giappone non coincide con l’immagine del Giappone. E tale non-coincidenza non genera necessariamente delusione: produce attrito, e l’attrito, quando lo si attraversa senza difese, può diventare conoscenza. Non una conoscenza teorica, né una rivelazione improvvisa, quanto un apprendistato percettivo: imparare a lasciar cadere l’idea di un altrove già decifrato, per incontrare un luogo che non “funziona” come promessa, ma come presenza.

Se questo è l’ingresso, il passo successivo riguarda il dispositivo più potente che Kyoto mette in circolo: la sua capacità di educare lo sguardo, di predisporre ciò che riteniamo degno di attenzione, mentre altre cose restano sullo sfondo, e quasi non vengono viste.

Kyoto come dispositivo: educare lo sguardo, selezionare il visibile

Kyoto non è soltanto una città: è un dispositivo visivo e simbolico estremamente efficace. Nel tempo, ha imparato a raccontarsi in modo coerente, a reiterare alcuni segni fino a farli coincidere con l’idea stessa di Giappone. Templi, giardini, silenzi, legno antico, ritualità misurata: tutto concorre a produrre un’immagine che non si limita a essere osservata, ma che insegna come guardare. Chi arriva, spesso senza accorgersene, entra già in una grammatica del riconoscimento. Sa cosa cercare. Sa cosa aspettarsi. E, soprattutto, sa quando sentirsi “nel posto giusto”.

Questa pedagogia dello sguardo è potente perché funziona anche quando non la si problematizza. Non impone: orienta. Non vieta: rende secondario. Ci sono gesti, spazi, corpi che restano ai margini del campo percettivo semplicemente perché non rientrano nel racconto. Il Giappone quotidiano — quello che non si presenta come forma compiuta, che non chiede di essere fotografato, che non restituisce immediatamente un senso di armonia — tende a scivolare fuori dall’inquadratura. Non perché sia nascosto, ma perché non risponde alla domanda implicita che portiamo con noi.

Yamashina, in questo senso, è un luogo che interrompe la fluidità del dispositivo. Non offre una contro-immagine, non smonta Kyoto dall’esterno: la incrina dall’interno. Camminando per le sue strade, si ha la sensazione che l’immagine “non tenga”, che non basti a organizzare l’esperienza. Le cose accadono senza disporsi in una forma riconoscibile, e lo sguardo — abituato a essere rassicurato — rimane per un attimo sospeso. È un momento sottile, ma decisivo: quello in cui ci si accorge che non tutto ciò che conta è immediatamente leggibile.

Questo vale anche, e forse soprattutto, per chi pratica Reiki portando con sé un immaginario giapponese già stratificato. Spesso, senza malizia, Kyoto diventa una sorta di garanzia simbolica: il luogo che “autorizza” la pratica, che la rende più profonda, più vera, più coerente con un’origine idealizzata. Ma quando l’ambiente non conferma questa aspettativa — quando non c’è bellezza evidente, né silenzio rituale, né atmosfera — emerge una domanda scomoda: su cosa si appoggia, allora, la pratica? Sul luogo come immagine, o sul corpo come campo di relazione?

In questo attrito si apre uno spazio critico. Non si tratta di negare la forza simbolica di Kyoto, né di smascherarne un presunto inganno. Piuttosto, si tratta di riconoscere che ogni immagine produce un’economia dell’attenzione: illumina alcune cose e ne oscura altre. La pratica, se vuole restare tale, può diventare un modo per attraversare questa economia senza esserne completamente catturata. Un modo per restare presenti anche quando il contesto non “collabora”, quando non offre supporti estetici o narrative pronte.

È a partire da questa tensione che il passaggio verso il Bishamondō acquista un senso diverso. Non come ritorno a un tempio “autentico”, ma come esperienza di un luogo che, pur essendo carico di storia e simboli, continua a essere abitato come parte di una vita locale, non interamente assorbita dal racconto di Kyoto.

Bishamondō in inverno: il tempio come soglia, non come icona

Raggiungere il Bishamondō in inverno significa attraversare una continuità, non un salto. Non c’è una cesura netta tra il quartiere e il tempio, nessun cambio improvviso di registro che annunci l’ingresso in uno spazio “altro”. La strada che conduce al complesso non prepara, non accumula attesa; semplicemente, prosegue. Ed è proprio in questa mancanza di enfasi che il luogo rivela una qualità particolare: non si offre come immagine da consumare, ma come porzione di un tessuto abitato.

Il tempio, in questa stagione, appare raccolto, quasi introverso. I colori sono smorzati, il legno sembra trattenere il freddo, e il silenzio non ha nulla di solenne. È un silenzio funzionale, attraversato da piccoli rumori: passi lenti, una porta che scorre, il vento che muove foglie secche. Non c’è folla, non ci sono gruppi in posa. Chi passa, spesso, sembra sapere già come stare: entra, si ferma, compie un gesto minimo, poi riprende il cammino. Il tempio non chiede di essere interpretato; accoglie una pratica ordinaria, ripetuta, priva di commento.

Qui emerge con chiarezza la differenza tra il tempio come icona e il tempio come soglia. Nel primo caso, il luogo funziona come condensato simbolico: rappresenta qualcosa, rimanda a un’idea più ampia, si presta a essere raccontato. Nel secondo, il tempio non “sta per” altro: è un punto di passaggio, un’interruzione lieve nel flusso della giornata, uno spazio in cui il corpo rallenta senza dover attribuire a quel rallentamento un significato speciale. Bishamondō, in questo contesto, non nega la sua storia né la sua importanza; semplicemente, non le mette in scena.

Questa qualità diventa particolarmente eloquente se la si osserva con uno sguardo allenato alla pratica. Nel Reiki, quando l’attenzione si sposta dal risultato al processo, ciò che conta non è l’intensità percepita, ma la continuità della presenza. Non il picco, ma la soglia. Non l’evento, ma il modo in cui ci si dispone. Il tempio, così vissuto, non è più un luogo “potente” nel senso spettacolare del termine, ma un contesto che permette al corpo di accordarsi a un ritmo diverso, meno narrativo, più situato.

È in questa esperienza che si chiarisce un punto spesso trascurato: la spiritualità quotidiana — se vogliamo usare questa espressione con cautela — non ha bisogno di essere continuamente riconosciuta come tale. Non richiede cornici forti, né conferme simboliche. Vive nei gesti che non chiedono di essere visti, nelle presenze che non aspirano a essere legittimate. Bishamondō, inserito nel tessuto di Yamashina, mostra proprio questo: un luogo carico di significati che continua a funzionare come parte della vita, non come sua sospensione.

Uscendo dal tempio, non si ha la sensazione di aver “visitato” qualcosa. Piuttosto, si avverte di essere rientrati in un flusso che non si era mai interrotto. Ed è lungo questo rientro, in una strada laterale, che si apre una scena minima, apparentemente insignificante, ma capace di mettere ulteriormente in crisi l’immagine ordinata e composta che spesso associamo a Kyoto.

Una scena minima: l’anziano che fuma all’angolo

È all’uscita da una strada laterale, poco distante dal tempio, che la scena si impone senza annunciarsi. Un angolo qualsiasi, un incrocio che non conduce a nulla di memorabile. Un uomo anziano è fermo lì, in piedi, con il cappotto chiuso fino al collo. Fuma. Non in modo nervoso, non con ostentazione. Fuma come si fa quando il tempo non chiede di essere riempito. Il gesto è lento, misurato, e sembra seguire una cadenza che appartiene più al corpo che all’orologio.

Il fumo si disperde nell’aria fredda, senza creare disegno. Non c’è nessuno intorno. Nessun turista, nessuna macchina fotografica, nessun passaggio che trasformi quel gesto in qualcosa di osservabile. L’uomo non occupa lo spazio: lo abita per il tempo necessario a finire la sigaretta. Poi, probabilmente, se ne andrà. Non sta performando nulla, non sta infrangendo una regola in modo plateale; eppure, per chi arriva carico dell’immagine di Kyoto come città della compostezza e dell’ordine, quella presenza introduce un leggero scarto.

Non è una scena trasgressiva. È una scena ordinaria. Ed è proprio questa ordinarietà a produrre attrito. L’anziano che fuma non conferma l’idea di un Giappone disciplinato fino all’astrazione, né la nega in modo clamoroso. La rende semplicemente insufficiente. Ricorda che le città non coincidono mai del tutto con le immagini che le rappresentano, e che i corpi continuano a negoziare le regole, anche nei contesti più normati. Qui, l’ordine non scompare: si piega, si adatta, lascia margini.

Dal punto di vista etnografico, ciò che conta non è il gesto in sé, ma l’effetto che produce nello sguardo. Per un attimo, la mente cerca una collocazione: è permesso? È un’eccezione? È una concessione dell’età? Ma queste domande, più che chiarire la scena, rivelano il bisogno di ricondurla a una spiegazione. La pratica dell’osservazione, invece, chiede di sostare un poco di più, di non chiudere subito il senso. L’anziano che fuma non “significa” qualcosa: esiste, e questo basta a destabilizzare un’immagine troppo compatta.

È in questo punto che Yamashina mostra la sua forza silenziosa. Non offre un contro-discorso esplicito, non smonta Kyoto dall’esterno. Introduce micro-fratture che obbligano a rallentare l’interpretazione. La città, qui, non collabora con il desiderio di riconoscimento immediato. E proprio per questo diventa un luogo in cui il corpo può rinegoziare la propria postura percettiva: meno orientata al giudizio, più disponibile all’ascolto.

Per chi pratica Reiki, questa scena risuona in modo particolare. Anche nella pratica, ciò che conta spesso emerge nei margini, nei momenti che non “dovrebbero” essere centrali: una sensazione appena accennata, un cambiamento di ritmo, una pausa che non produce effetti misurabili. L’anziano che fuma, con la sua presenza non spettacolare, sembra incarnare una forma di attenzione incarnata, non intenzionale, che non cerca legittimazione. Sta. Respira. Occupa uno spazio senza giustificarlo.

Da questa scena minima prende forma una domanda più ampia: cosa accade alla pratica quando il contesto non conferma le nostre aspettative simboliche? Quando il Giappone non si presenta come immagine coerente, ma come tessuto di gesti ordinari, talvolta dissonanti? È a partire da qui che il rapporto tra Yamashina, Reiki e immaginario comincia a riorganizzarsi.

Quando il Giappone non “performa”: attrito, disincanto, ri-educazione percettiva

Ci sono momenti in cui un luogo smette di rispondere alle attese che gli abbiamo assegnato. Non perché deluda, ma perché rifiuta di collaborare con l’immagine che lo precede. È in questi momenti che si produce un attrito sottile, spesso impercettibile sul piano emotivo, ma molto incisivo sul piano percettivo. Yamashina, soprattutto in inverno, sembra abitare esattamente questa soglia: non offre resistenza esplicita, ma sottrae appigli simbolici.

Quando il Giappone non “performa”, nel senso di non mettere in scena ciò che ci aspettiamo — armonia visibile, ordine esemplare, spiritualità riconoscibile — emerge una forma di disincanto che non coincide con la perdita. Al contrario, si tratta di un disincanto generativo: cade l’eccesso di senso, resta il contatto. La città non smette di essere significativa; smette di essere didascalica. E questa opacità costringe a un ri-orientamento dello sguardo, a una forma di attenzione meno afferrante, più disposta a restare con ciò che non si lascia tradurre immediatamente.

In questo passaggio si rivela quanto l’immaginario di Kyoto funzioni come una pedagogia implicita del desiderio. Non ci insegna soltanto cosa guardare, ma come sentirci quando lo guardiamo. Ci prepara a riconoscere certi stati d’animo come “appropriati”: calma, reverenza, gratitudine, silenzio. Quando questi stati non emergono spontaneamente, la tentazione è di attribuire la mancanza a un errore di postura — nostra o del luogo. Yamashina, invece, non propone una correzione emotiva. Non invita a “sentire di più”, ma a sentire diversamente.

È qui che la pratica del Reiki può diventare una lente, non per interpretare il luogo, ma per restare in relazione con l’attrito. Nella pratica, soprattutto quando è sottratta a narrazioni troppo rigide, ciò che accade non è sempre riconoscibile come “esperienza significativa”. Spesso emerge una zona grigia: sensazioni deboli, silenzi che non producono insight. Eppure, è proprio in questa zona che si struttura una forma di ascolto meno orientata al risultato. Il corpo impara a sostare senza anticipare il senso.

Yamashina, in questo senso, sembra chiedere la stessa disponibilità. Non offre conferme immediate, né ricompense simboliche. Invita a una ri-educazione percettiva che passa attraverso il ridimensionamento dell’aspettativa. Non si tratta di smettere di cercare profondità, ma di riconoscere che la profondità non coincide necessariamente con ciò che è esteticamente o culturalmente marcato come tale. Talvolta, si concretizza in un gesto ordinario, in una pausa non commentata, in una presenza che non chiede di essere riconosciuta.

Questo disallineamento tra immaginario e vissuto produce un effetto importante anche sul modo in cui si parla di Reiki. Quando la pratica è sostenuta da un contesto simbolico forte — il Giappone idealizzato, la Kyoto spirituale — rischia di appoggiarsi più all’immagine che all’esperienza. Quando, invece, il contesto si fa opaco, la pratica è costretta a rientrare nel corpo, a misurarsi con ciò che c’è, senza supporti narrativi esterni. È un passaggio delicato, ma necessario, se si vuole evitare che il Reiki diventi una proiezione estetica più che una pratica incarnata.

Da qui nasce un’esigenza di connessione più esplicita: come si trasforma il modo di praticare, e di pensare la pratica, quando il Giappone smette di funzionare come garanzia simbolica? È a questo punto che il rapporto tra Yamashina e Reiki può essere articolato in modo più diretto, non come analogia forzata, ma come risonanza situata.

Yamashina come pedagogia della pratica: Reiki senza cornice estetica

Quando il contesto smette di offrire una cornice estetica forte, la pratica è costretta a riorganizzarsi. Non può più appoggiarsi all’atmosfera, né lasciarsi sostenere da un’idea di profondità già incorporata nel luogo. Deve tornare a ciò che la costituisce in modo più elementare: il corpo, la relazione, l’attenzione. Yamashina, proprio perché non “aiuta”, diventa una pedagogia silenziosa della pratica Reiki.

In assenza di segni riconoscibili — templi affollati, rituali evidenti, scenari che suggeriscono spiritualità — il Reiki non trova conferme esterne. Non viene amplificato dal contesto, non è rafforzato da una messa in scena implicita. E questo spostamento è tutt’altro che secondario. Costringe a interrogare il modo in cui si pratica: cosa resta quando non c’è un immaginario che sostiene l’esperienza? Quale tipo di ascolto emerge quando il luogo non suggerisce come sentirsi?

In questo senso, Yamashina funziona come un dispositivo inverso rispetto alla Kyoto iconica. Se quest’ultima tende a orientare l’esperienza verso una certa tonalità emotiva — calma, sacralità, compostezza — il quartiere introduce una pluralità di ritmi e di stati che non si lasciano facilmente armonizzare. La pratica, qui, non si eleva: si distribuisce. Non si concentra in un punto “alto”, ma si diffonde nel quotidiano. E proprio questa dispersione, se accolta, può diventare una forma di profondità meno visibile, ma più resistente.

Per chi insegna o pratica Reiki, questo passaggio ha implicazioni rilevanti. Spesso, nel discorso occidentale, il riferimento al Giappone opera come una certificazione implicita: garantisce serietà, tradizione, rigore. Ma quando il Giappone si presenta nella sua dimensione ordinaria — un quartiere, una strada, un anziano che fuma — quella certificazione perde forza. La pratica non è più sostenuta dall’altrove, ma dal modo in cui si sta, qui e ora. Dal modo in cui si ascolta il proprio corpo mentre cammina, mentre osserva, mentre attraversa uno spazio che non promette nulla.

È in questo senso che si può parlare di una pedagogia del disallineamento. Yamashina insegna a praticare senza appigli simbolici, a restare con ciò che non produce immediatamente senso. Non chiede di “sentire di più”, ma di sentire meglio: con meno aspettativa, con meno urgenza di riconoscimento. Questo vale tanto per il contatto con l’altro quanto per il contatto con se stessi. La pratica, sottratta all’estetica dell’origine, torna a essere una pratica di presenza situata.

In questa prospettiva, il Reiki smette di essere una forma di accesso privilegiato a un Giappone idealizzato e diventa un modo di stare nel mondo che può essere appreso ovunque. Yamashina, paradossalmente, rende questo evidente proprio perché non coincide con l’immagine che spesso giustifica la pratica. Il luogo non legittima: mette alla prova. E ciò che resiste a questa prova — l’attenzione, la cura del gesto, la capacità di sostare — è forse ciò che conta davvero.

A questo punto, il passaggio successivo riguarda una questione più ampia, che attraversa tanto il Reiki quanto il modo occidentale di guardare al Giappone: l’uso dell’immaginario come garanzia, e il rischio che la pratica si appoggi più al racconto che all’esperienza.

Reiki, immaginario giapponese e garanzie simboliche

Nel discorso occidentale sul Reiki, il riferimento al Giappone svolge spesso una funzione silenziosa ma decisiva: quella di garanzia. Non una garanzia dichiarata, quanto un sottofondo simbolico che accredita la pratica come profonda, rigorosa, antica. Kyoto, in particolare, diventa un emblema condensato di questa legittimazione: evocarla basta, talvolta, a stabilire un’aura di serietà, di autenticità, di “origine”. Il luogo, più che essere vissuto, viene chiamato a testimoniare.

Questo meccanismo non è necessariamente intenzionale. Nasce dall’incontro tra un desiderio occidentale di radicamento e un’immagine del Giappone costruita come spazio di continuità, di tradizione non interrotta, di spiritualità discreta e disciplinata. In tale cornice, il Reiki trova un appoggio narrativo potente: praticare diventa, implicitamente, anche “partecipare” a quell’immaginario. Ma proprio qui si annida una fragilità. Quando la pratica si appoggia all’immagine, rischia di dipendere da essa.

Yamashina incrina questa dipendenza. Mostra un Giappone che non certifica, che non fornisce attestazioni simboliche immediate. Un Giappone che non si presenta come fondamento, ma come contesto. In questo passaggio, il Reiki perde una parte del suo sostegno esterno e viene ricondotto a una domanda più esigente: su cosa si regge, davvero, l’esperienza? Sul luogo come racconto, o sul corpo come campo di relazione?

Questa domanda non mira a smascherare illusioni, né a opporre un “vero Giappone” a uno falso. Piuttosto, invita a problematizzare l’uso dell’immaginario come scorciatoia di senso. Quando la pratica è circondata da simboli forti, il rischio è che l’esperienza venga interpretata prima ancora di essere vissuta. Le sensazioni trovano subito un nome, le emozioni una collocazione, il contesto una spiegazione. In assenza di questa cornice — come accade a Yamashina — la pratica è costretta a rallentare il processo di significazione.

Questo rallentamento può essere scomodo. Espone a una zona di incertezza, in cui non è chiaro se “sta succedendo qualcosa”. Ma è proprio questa incertezza a rivelarsi feconda. La pratica, privata delle sue garanzie simboliche, diventa più onesta: non promette profondità, non la esibisce, non la dimostra. Si limita a stare con ciò che emerge, anche quando emerge poco. Anche quando emerge in modo disallineato rispetto alle aspettative.

In questo senso, l’esperienza di Yamashina invita a una responsabilità maggiore nel modo in cui si parla di Reiki. Se il Giappone non può più funzionare come certificato implicito, allora la pratica deve trovare le proprie ragioni altrove: nella qualità dell’attenzione, nella cura del contatto, nella capacità di riconoscere i limiti dell’esperienza senza riempirli di narrazione. È un passaggio che non impoverisce il Reiki; lo rende più esigente, meno dipendente da un altrove idealizzato.

Resta, a questo punto, un ultimo movimento da compiere: tornare alla scena iniziale — l’angolo di strada, l’inverno, l’assenza di turisti — e trasformarla non in una conclusione, ma in una domanda aperta. Una domanda che riguarda il modo in cui pratichiamo, viaggiamo, guardiamo, e costruiamo senso a partire dai luoghi che attraversiamo.

Abitare l’opacità: una domanda aperta per la pratica

L’anziano che fuma all’angolo della strada resta, a distanza di tempo, come una presenza discreta. Non perché incarni un significato esemplare, ma perché continua a resistere alla tentazione della sintesi. Non diventa simbolo, non si lascia arruolare in un discorso conclusivo. Rimane lì, in quell’inverno silenzioso di Yamashina, come un gesto che non chiede di essere interpretato, ma soltanto riconosciuto nella sua esistenza.

È forse in questa resistenza che si concentra il nucleo dell’esperienza. Yamashina non offre epifanie, non produce rivelazioni improvvise. Chiede, piuttosto, di abitare l’opacità: di restare con ciò che non si presenta come significativo secondo le categorie abituali. In un mondo saturo di immagini e di narrazioni, questa opacità può risultare disorientante. Eppure, proprio perché non consola, apre uno spazio di attenzione più sobrio, meno proiettato.

Per la pratica del Reiki, questa postura ha un valore che va oltre il contesto giapponese. Interroga il modo in cui ci affidiamo ai luoghi, alle origini, alle immagini per sostenere l’esperienza. Invita a domandarsi se siamo disposti a praticare anche quando il contesto non “regge”, quando non amplifica, quando non promette profondità. In altre parole, se siamo disposti a restare con la pratica quando essa si riduce al minimo: un corpo che respira, una presenza che ascolta, un gesto che non produce effetti immediatamente riconoscibili.

Yamashina, in questo senso, non è un’alternativa a Kyoto, né una sua confutazione. È un luogo che rende visibile una possibilità diversa di relazione: meno fondata sull’immagine, più radicata nel vissuto. Non propone un altro Giappone da desiderare, ma un modo differente di stare con ciò che c’è. E questo spostamento, se accolto, può avere effetti duraturi sul modo in cui pensiamo e pratichiamo il Reiki, anche lontano da qui.

Forse la domanda che resta non riguarda il Giappone, né Kyoto, né Yamashina. Riguarda la nostra disponibilità a disimparare l’eccesso di senso, a rinunciare alla garanzia dell’altrove, per incontrare la pratica nella sua nudità. Una pratica che non si appoggia a immagini forti, ma si struttura nel tempo, nella relazione, nella capacità di abitare il quotidiano senza doverlo trasformare in scena.

L’angolo di strada, l’aria fredda, il fumo che si disperde: nulla di tutto questo chiede di essere ricordato come esperienza straordinaria. Eppure, è forse proprio qui che la pratica trova una delle sue forme più oneste. Non quando il mondo conferma ciò che vorremmo sentire, ma quando ci costringe a stare, semplicemente, dove siamo.

L'Autore

Federico Scotti

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Federico Scotti è filosofo, antropologo e maestro di Reiki tradizionale giapponese. Fondatore del Centro My Reiki, da oltre un decennio si dedica all’insegnamento e alla trasmissione del Reiki con un approccio etico, critico e riflessivo, attento alla storia e al contesto culturale della pratica. Con una solida formazione in filosofia e antropologia della salute, integra il pensiero critico con lo studio delle pratiche di guarigione non biomediche, approfondendo in particolare i temi dell’embodiment, dei paesaggi terapeutici e delle prospettive culturali e decoloniali del benessere. Autore di diversi libri sul Reiki, promuove una visione profonda e non dogmatica della disciplina, in dialogo con la ricerca antropologica e con le trasformazioni spirituali contemporanee. Ogni anno accompagna gruppi di praticanti in Giappone nei Reiki Tour, percorsi esperienziali e trasformativi nei luoghi legati alla storia di Usui Sensei. Nel suo insegnamento, integra la pratica con la consapevolezza critica: per lui, il Reiki è prima di tutto una forma di ascolto profondo e di relazione consapevole con il vivente, inteso non solo come corpo umano, ma come insieme di legami, emozioni, paesaggi e memorie. Una cura che non separa, ma connette.

1 Comments on “Reiki senza immagine”

  1. Ciao Federico leggendo mi è venuto spontaneo pensare al libro la montagna incantata
    Dove il tempo scorre inesorabile e le persone arrivano ad una consapevolezza di sé
    Dove la presenza si plasma con il paesaggio non per essere scontata ma per quotidianità e spontanieta
    Il tuo scrivere mi ha espresso altre sensazioni che metterle in parola mi è difficile
    Grazie
    Un abbraccio Cosetta
    Appena mi sarà possibile verrò con voi in questo posto meraviglioso

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