Che cosa accade quando una pratica nata in una cultura viene interpretata esclusivamente attraverso le categorie di un’altra?
Ci sono polemiche che chiedono di prendere posizione. E poi ci sono polemiche che chiedono, prima di tutto, di cambiare domanda.
Quella nata in questi giorni intorno al Reiki, dopo la presa di posizione dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti, appartiene alla seconda categoria.
Non scrivo queste righe per convincere nessuno ad avvicinarsi al Reiki. Né per contestare il diritto di una tradizione religiosa a esprimere il proprio punto di vista. Ogni sistema religioso interpreta il mondo secondo categorie che gli sono proprie, ed è naturale che lo faccia.
Vorrei però proporre una riflessione diversa.
Da antropologo, ho imparato che il primo gesto di ogni incontro tra culture non è comprendere l’altro. È nominarlo.
Ed è proprio in quel gesto che spesso iniziano i fraintendimenti.
Ogni cultura dispone di parole, concetti e categorie con cui ordina il mondo. Ma quelle categorie non sono universali. Sono il prodotto di una storia, di una tradizione, di un modo particolare di abitare la realtà.
Per questo motivo, quando una pratica nata nel Giappone dell’inizio del Novecento viene descritta esclusivamente attraverso categorie come superstizione, spiritismo o azione del maligno, la domanda che mi pongo non è se questa lettura sia giusta o sbagliata.
La domanda è un’altra.
Che cosa accade quando utilizziamo il linguaggio di una tradizione per spiegare integralmente una pratica che appartiene a un’altra?
È una domanda che riguarda il Reiki, certo. Ma riguarda anche il nostro modo di guardare il mondo.
Perché ogni volta che traduciamo l’altro soltanto nei nostri termini, corriamo il rischio di non incontrarlo davvero.
Se c’è una cosa che l’antropologia ci ha insegnato, è che nessuna cultura descrive semplicemente il mondo: ogni cultura lo interpreta.
Quando gli europei arrivarono nelle Americhe, lessero religioni, rituali e cosmologie indigene attraverso categorie come idolatria, stregoneria o paganesimo. Non perché fossero in malafede, ma perché quello era il linguaggio di cui disponevano.
Oggi guardiamo a quella storia con maggiore consapevolezza. Sappiamo che tradurre una pratica culturale nei concetti di un’altra tradizione significa inevitabilmente trasformarla.
Per questo mi domando se non stia accadendo qualcosa di simile anche oggi.
Quando il Reiki viene descritto come channeling, spiritismo o superstizione, stiamo davvero descrivendo il Reiki? Oppure stiamo traducendo una pratica nata in un altro universo culturale dentro un vocabolario che appartiene alla storia religiosa dell’Occidente?
Non è una domanda polemica.
È una domanda metodologica.
Perché prima ancora di stabilire se una pratica sia accettabile o meno, dovremmo chiederci se le categorie che utilizziamo per descriverla siano adeguate a comprenderla.
Ed è qui che, forse, la discussione si fa più interessante.
Perché questa osservazione non riguarda soltanto chi critica il Reiki.
Riguarda anche molti di noi.
Ed è proprio qui che sento il bisogno di rivolgermi anche al mondo del Reiki.
Perché sarebbe troppo semplice liquidare questa vicenda dicendo che “gli Esorcisti non hanno capito”.
Forse dovremmo avere il coraggio di porci una domanda più scomoda.
Come abbiamo raccontato il Reiki negli ultimi quarant’anni?
Per lungo tempo, soprattutto in Occidente, il Reiki è stato presentato attraverso un lessico che non apparteneva necessariamente al contesto in cui è nato. Si è parlato di canalizzazioni, energie cosmiche, vibrazioni, frequenze, entità, angeli, guarigioni straordinarie, dimensioni quantistiche. Nel tempo, il Reiki è stato assorbito dentro un immaginario spirituale composito, costruito mettendo insieme tradizioni molto diverse, spesso senza distinguere tra ciò che apparteneva alla sua storia e ciò che vi è stato sovrapposto successivamente.
Non lo dico per stabilire un’ortodossia.
Le tradizioni cambiano. Viaggiano. Si trasformano. È normale.
Ma ogni trasformazione ha delle conseguenze.
Se per decenni una pratica giapponese è stata raccontata con il linguaggio dell’esoterismo occidentale, non dovrebbe sorprenderci che venga poi interpretata, da chi guarda il mondo attraverso categorie teologiche cristiane, come una forma di esoterismo.
Non sto dicendo che questa interpretazione sia corretta.
Sto dicendo che, forse, è stata resa possibile anche dal modo in cui il Reiki è stato tradotto, semplificato e commercializzato fuori dal Giappone.
Ed è qui che la polemica di questi giorni potrebbe diventare un’occasione.
Non per irrigidirci nelle nostre posizioni.
Ma per tornare a porci una domanda che raramente ci facciamo:
quanto del Reiki che oggi difendiamo o critichiamo appartiene davvero alla sua storia, e quanto invece appartiene alle interpretazioni che ne abbiamo costruito nel tempo?
C’è poi un aspetto che, leggendo il dibattito di queste ore, mi colpisce particolarmente.
Si parla di Reiki.
Si parla di dottrina.
Si parla di superstizione.
Si parla di demonologia.
Ma si parla molto poco delle persone.
Eppure tutto questo nasce in un reparto di oncologia.
Nasce in un luogo abitato dalla fragilità, dalla paura, dall’incertezza, dall’attesa. Un luogo in cui la medicina continua a svolgere il proprio compito fondamentale — diagnosticare, curare, alleviare — ma in cui emerge anche un’altra dimensione dell’esperienza umana: quella del bisogno di essere accompagnati.
L’antropologia della salute ci ricorda da tempo che la malattia non coincide con la patologia.
Esiste la malattia descritta dagli esami clinici.
Ed esiste la malattia vissuta dalla persona.
Non sono la stessa cosa.
È proprio dentro questo spazio che molte strutture ospedaliere hanno iniziato a introdurre pratiche complementari: non per sostituire la medicina, non per promettere guarigioni, ma per prendersi cura di quella parte dell’esperienza che nessuna terapia farmacologica può esaurire completamente.
Questo non significa che ogni pratica sia automaticamente appropriata.
Anzi.
Significa che la discussione dovrebbe concentrarsi su una domanda diversa: come accompagniamo le persone nei momenti di maggiore vulnerabilità?
Ridurre questa domanda a uno scontro tra “vero” e “falso”, tra “sacro” e “demoniaco”, rischia di far scomparire proprio chi dovrebbe restare al centro della riflessione: il paziente.
Forse, prima di discutere delle categorie con cui giudichiamo una pratica, dovremmo chiederci che cosa accade concretamente nelle relazioni di cura.
Perché è lì, nell’incontro tra persone, che le pratiche acquistano significato.
Non so se questa lettera cambierà l’opinione di chi considera il Reiki incompatibile con la propria fede.
E, sinceramente, non è questo il suo scopo.
Ogni persona ha il diritto di scegliere il proprio cammino spirituale e ogni tradizione religiosa ha il diritto di esprimere il proprio giudizio sulle pratiche che ritiene coerenti o incoerenti con la propria visione del mondo.
Quello che mi auguro, però, è che questa vicenda ci inviti a un esercizio più raro: quello della comprensione.
Comprendere non significa aderire.
Non significa approvare.
Significa sospendere, almeno per un momento, l’impulso a tradurre immediatamente l’altro dentro categorie che ci sono familiari.
L’antropologia, in fondo, nasce proprio da questo gesto.
Dal tentativo di riconoscere che nessuna cultura coincide con le parole con cui un’altra cultura la descrive.
Forse il Reiki continuerà a essere criticato. Ed è giusto che possa esserlo.
Ma mi piacerebbe che fosse criticato per ciò che è, o almeno per ciò che la ricerca storica e antropologica ci permette di ricostruire, non per l’immagine che di esso abbiamo costruito nel corso di decenni di traduzioni, semplificazioni e sovrapposizioni culturali.
Perché le parole non servono soltanto a descrivere il mondo.
Le parole costruiscono il mondo che poi crediamo di vedere.
Ed è per questo che scegliere con attenzione le categorie con cui raccontiamo l’altro non è soltanto una questione di precisione linguistica.
È una forma di responsabilità culturale.
