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My Reiki

Reiki: storie, culture e immaginari

We, the People di Frank Arjava Petter: recensione

Abstract

Con We, the People, Frank Arjava Petter invita a collegare la pratica spirituale alle responsabilità verso gli altri. A partire dal mio coinvolgimento nel Reiki e dal mio lavoro antropologico, accolgo il suo rifiuto dell’indifferenza e mi interrogo su come il richiamo a un’umanità condivisa possa restare attento alle vite concrete. La recensione considera ciò che il manifesto di Petter offre a chi pratica Reiki come atto di cura. Esamina inoltre il diritto di rifiutare la cura e la distribuzione diseguale delle responsabilità di cura.

Copertina di We, the People di Frank Arjava Petter, con la scritta We multicolore sopra un gruppo di persone.
Frank Arjava Petter, We, the People (prima edizione inglese, 2026). Illustrazione di copertina: João Magalhães.

Il libro

Frank Arjava Petter. We, the People. Prima edizione inglese, 2026. Le citazioni dal libro sono tradotte dall’inglese.

Leggi la versione inglese della recensione.

Il preludio di We, the People di Frank Arjava Petter si chiude con una frase incompiuta: «Senza di noi…». Al lettore viene chiesto di continuarla. Durante la lettura sono tornato a quelle parole. Prima di dirci che cosa sia l’umanità o che cosa dovrebbe diventare, Petter ci dà qualcosa da fare. Lasciare la frase in sospeso mi sembra un inizio appropriato per un libro che si interroga sull’indifferenza e sulla nostra capacità di prenderci cura.

Leggo Petter con partecipazione, a partire dalla mia pratica del Reiki e da un lavoro antropologico attento alle vite e alle storie particolari. Trovo convincente il suo richiamo alla responsabilità per il mondo che abitiamo. Si rivolge al lettore con calore e ci invita a non adagiarci nella passività politica; la sua attenzione raggiunge vite che passano facilmente inosservate. Il suo linguaggio dell’unità mi lascia anche una domanda antropologica: come può il senso di un’umanità condivisa restare attento alle differenze attraverso cui le persone vivono concretamente?

We, the People: un manifesto per la responsabilità condivisa

Petter definisce la propria opera un manifesto. I brevi versi si rivolgono direttamente al lettore, alternando passaggi autobiografici a sequenze alfabetiche di qualità, emozioni e ruoli sociali. I sei capitoli partono da una denuncia della distruttività collettiva e si muovono verso la coltivazione dell’attenzione. Le emozioni difficili e la responsabilità ecologica entrano in questo racconto della partecipazione a un mondo condiviso. La ripetizione dà alla scrittura un ritmo insistente, vicino alla parola pronunciata. Favorisce anche le pause: una breve voce può restare con il lettore quando un passaggio politico più lungo si è già allontanato.

I ricordi della Germania del dopoguerra, delle paure familiari e del disagio corporeo nell’attraversare le frontiere danno un peso particolare alla sua preoccupazione per l’autoritarismo. Sono tra i passaggi più persuasivi del libro, perché rendono visibile ciò che i suoi appelli devono alla sua storia. Qui comprendo più chiaramente perché, per lui, ritirarsi nella tranquillità personale sarebbe insufficiente. Chi pratica meditazione o Reiki continua a vivere con le conseguenze di ciò che accade intorno a sé.

Accolgo con favore il suo rifiuto di fare della pratica spirituale un rifugio privato. L’attenzione alla violenza e all’esclusione va oltre la disposizione interiore di chi pratica e raggiunge il suo modo di agire tra gli altri. Ho trovato questo invito particolarmente vivo nelle descrizioni della condotta quotidiana: camminare o curare un giardino, accorgersi degli altri esseri e prendere parola contro la crudeltà. La partecipazione diventa qualcosa che una persona può cominciare a praticare mentre continua a vivere con contraddizioni irrisolte.

Reiki, attenzione e incontro

Come si impara l’attenzione che Petter ci chiede? In On Human Correspondence, Tim Ingold descrive gli esseri viventi attraverso linee di vita che si intrecciano e rispondono le une alle altre. L’attenzione si sviluppa dentro questo movimento del vivere insieme. Il suo lavoro mi aiuta a collocare la sensibilità nel corso di un incontro, dove la risposta dell’altra persona può cambiare ciò che intendevamo fare. (Ingold, 2017)

Nel Reiki, si impara a prestare attenzione anche dedicando tempo a un’altra persona. Le mani acquistano significato dentro quella relazione. La loro presenza non può essere compresa separatamente da ciò che l’altra persona comunica, compreso quello che resta difficile da dire o incerto.

Nella voce dedicata alla tenerezza, Petter scrive: «Tocca tutto ciò che incontri con mani gentili». È una frase a cui tornerei nel pensare al Reiki. La tenerezza impegna chi offre il gesto: occorre prestare attenzione a come viene ricevuto e continuare a risponderne.

Leggendo queste dichiarazioni di unità accanto a un incontro Reiki, mi chiedo come il senso di connessione possa lasciare spazio a ciò che ancora non sappiamo dell’altra persona. Ciascuno arriva con storie e bisogni che non possiamo presumere in anticipo. Nella voce sull’empatia, Petter esprime una stretta identificazione con il dolore del lettore. La leggo come un invito ad avvicinarsi con apertura alla sofferenza altrui, ricordando che può essere diversa da quella che riconosco in me stesso.

Appartenere senza cancellare le differenze

Il problema del parlare per altri attraversa Writing Against Culture di Lila Abu-Lughod. Il suo intervento femminista mette in discussione le descrizioni che trasformano le culture in insiemi coerenti e delimitati. Descrizioni simili possono far apparire fisse le differenze culturali, nascondendo le relazioni diseguali che collegano le persone. La sua attenzione alle vite particolari mi riporta alla voce collettiva del titolo di Petter. Come potrebbero le persone raccolte dentro questo «noi» dare voce alle proprie storie e ai propri disaccordi? È una domanda che porterei in ogni tentativo di descrivere una collettività o di parlare a suo nome. (Abu-Lughod, 1991)

Eppure, rivolgersi ai lettori come a una collettività può contribuire a farla esistere. Leggo il ripetuto appello di Petter come un tentativo di riunire persone intorno a un possibile futuro condiviso. Modernity at Large di Arjun Appadurai aiuta a comprendere ciò che è in gioco in questo tentativo. Appadurai studia l’immaginazione come pratica sociale, plasmata dalle migrazioni e dalla circolazione dei media. Può offrire risorse per l’azione collettiva, con conseguenze politiche che restano aperte: un’appartenenza immaginata può anche sostenere l’esclusione. Accolgo con favore il tentativo di Petter, auspicando che le persone raccolte dal suo appello partecipino alla definizione del futuro che propone. I loro disaccordi farebbero parte della costruzione di quella solidarietà. (Appadurai, 1996)

Il libro stesso porta i segni del movimento attraverso luoghi e tradizioni. Riferimenti cristiani, induisti e buddhisti si affiancano a memorie europee, musica popolare e incontri con maestri. L’attenzione di Appadurai alla circolazione aiuta a situare questa composizione nel mondo in cui Petter scrive. Anche la vita internazionale del Reiki comporta traduzioni e cambiamenti che si producono mentre una pratica viaggia. Una lettura antropologica può riconoscerne la storia giapponese e seguire il modo in cui persone concrete la ricevono e la insegnano, a volte reinterpretando ciò che hanno appreso. La possibilità di viaggiare o pubblicare, e l’autorevolezza acquisita da una versione rispetto ad altre, influiscono su queste traduzioni.

Reiki come atto di cura

Che cosa accade quando la persona che speriamo di aiutare ha bisogno di una risposta diversa? In The Logic of Care, Annemarie Mol segue questi aggiustamenti attraverso uno studio della cura del diabete come lavoro continuo e collaborativo. Conoscenze e tecnologie devono essere adattate ai corpi e alle circostanze della vita delle persone. I pazienti partecipano attivamente a questo lavoro materiale della cura clinica. La sua analisi mi offre un modo per esaminare ciò che il richiamo di Petter all’attenzione richiede una volta espressa l’intenzione di aiutare: dobbiamo essere disposti a rivedere ciò che facciamo. (Mol, 2008)

Intendo il Reiki come atto di cura in questo senso. Chi pratica può sperare in un sollievo e in un miglioramento, riconoscendo che l’esito supera il proprio controllo. Restano delle responsabilità verso la persona che si accompagna. Il racconto di chi riceve conta, soprattutto quando esprime disagio o rifiuta ciò che viene offerto. Chi pratica deve anche riconoscere i limiti delle proprie competenze. È così che darei un contenuto concreto alla tenerezza di Petter. La persona che riceve cura può farlo senza condividere la sua concezione della coscienza universale.

Incertezza, sofferenza e prove empiriche

Le brevi voci sul tradimento, la depressione o la vittimizzazione possono offrire incoraggiamento attraverso la possibilità di una trasformazione interiore. La loro forma condensata lascia anche spazio a esperienze molto diverse, che i lettori possono portare nelle stesse parole. In una relazione di cura vorrei lasciare a una persona la possibilità di dire che un aforisma non descrive ciò che vive, e ascoltare di quale sostegno sente di avere bisogno.

Petter stesso offre un appiglio per questa lettura nella voce sul dubbio, dove il domandare può aiutare una persona a procedere. Apprezzo lo spazio che questo apre all’incertezza dentro la pratica. Possiamo tornare alle sequenze alfabetiche quando le nostre circostanze cambiano e riconsiderare ciò che un tempo avevamo accolto.

I passaggi sui dati empirici mi hanno lasciato il desiderio di approfondire come le prove possano aiutare a comprendere l’esperienza vissuta, e viceversa. Per me, questo significa restare aperti anche alle prove che ci chiedono di riconsiderare un’interpretazione a cui teniamo. Più avanti, Petter riconosce medici, infermieri e scienziati nella vita collettiva del mondo; i versi dedicati ai paramedici riconoscono esplicitamente i limiti di ciò che si può fare. Anche questi passaggi parlano al mio modo di intendere il Reiki. Un’analisi antropologica può esaminare il significato che un incontro acquista per chi vi partecipa. Quel significato, da solo, non dimostra un beneficio clinico. Le affermazioni sull’efficacia terapeutica richiedono prove adeguate a sostenerle.

Etica femminista della cura: generosità e limiti

Nel capitolo finale, Petter riconosce forme di lavoro che comprendono le pulizie, l’assistenza infermieristica e l’accudimento dei bambini. Ho apprezzato che il suo appello includesse persone il cui lavoro sostiene la vita quotidiana. Questo riconoscimento mi ha portato anche a considerare le condizioni che permettono di offrire liberamente quel lavoro. In Caring Democracy, Joan Tronto esamina la distribuzione delle responsabilità di cura attraverso il genere, la razzializzazione, la classe e l’organizzazione del mercato. Alcune persone si fanno carico di una parte maggiore di questo lavoro, mentre altre possono evitarlo. La sua etica femminista della cura ci chiede di considerare questa disuguaglianza quando riconosciamo il valore del contributo di qualcuno. (Tronto, 2013)

L’invito di Petter a trovare un significato nel portare un peso come servizio all’umanità mi ha fatto riflettere sulla libertà implicata nella generosità, soprattutto nelle situazioni di sfruttamento. Per me, quella libertà comprende la possibilità di rifiutare un peso, chiedere un trattamento equo e avere tempo per riposare.

Il rifiuto degli abusi espresso da Petter offre qui un punto di incontro. Rifiutare un peso può richiedere sostegno e risorse di cui la persona che lo porta non dispone. Per il Reiki, mi chiederei chi possa permettersi una seduta o trovare il tempo per praticare, e su chi ricada il lavoro che rende possibile quel tempo.

La cura ecologica oltre l’umano

Montagne, fiumi, foreste e altri esseri entrano nella voce collettiva del capitolo che Petter dedica all’ecologia. Ho apprezzato il modo in cui il libro allarga così il proprio sguardo e invita a osservare quanto la vita umana dipenda da relazioni che vanno oltre la società umana. Queste relazioni comportano obblighi, anche difficili e ambivalenti. In Matters of Care, María Puig de la Bellacasa ne esamina le esigenze materiali e politiche, seguendo le relazioni più che umane attraverso cui i mondi si mantengono. (Puig de la Bellacasa, 2017)

Pensiamo al giardino che compare nelle riflessioni di Petter sui gesti quotidiani. Coltivarlo coinvolge l’acqua, gli organismi del suolo e il lavoro di altri esseri. Le conseguenze vanno oltre il senso di rinnovamento di chi lo coltiva. Puig de la Bellacasa non perde di vista l’ambivalenza di questa cura: una pratica può sostenere alcune vite e trascurarne o danneggiarne altre. Porterei il richiamo di Petter alla responsabilità ecologica dentro queste domande concrete, osservando come particolari pratiche di cura incidano su vite diverse.

Saperi indigeni e responsabilità decoloniale

All’inizio di questo capitolo, Petter scrive che tutte le culture indigene si concepiscono come natura. Leggo queste parole come un’espressione della sua vicinanza a modi di vivere che riconoscono la nostra appartenenza al mondo naturale. Dal mio punto di vista antropologico, vorrei approfondire questo legame attraverso le storie, i saperi e le lotte politiche di popoli specifici. In Decolonizing Methodologies, Linda Tuhiwai Smith esamina i rapporti di potere che attraversano la rappresentazione delle vite e dei saperi indigeni. Il suo lavoro offre un modo per sviluppare questa ricerca a partire dalle voci e dalle priorità delle persone interessate. (Smith, 2021)

Smith si occupa delle lotte dei popoli indigeni per riappropriarsi dell’autorità sulla ricerca e sui saperi, nel contesto delle storie di dominazione coloniale. Qui il suo ragionamento invita a precisare a quali popoli e fonti si riferisca un’affermazione, e se le persone interessate possano contestare il modo in cui i loro saperi vengono utilizzati. Accanto all’ammirazione, terrei aperta la domanda su chi abbia l’autorità di interpretare e condividere quei saperi. Applicare queste domande al Reiki richiede un’indagine storica specifica: la sua origine giapponese non può essere semplicemente equiparata ai saperi indigeni. Riprenderei le domande di Smith su chi definisce una pratica e su chi trae beneficio dalla sua circolazione, mantenendo distinte le storie in gioco.

Perché questo libro è importante per chi pratica Reiki

Consiglio We, the People per la serietà con cui Petter invita chi legge a rispondere all’indifferenza. La franchezza con cui racconta la propria storia dà peso a questo richiamo. La sua visione ampia mi offre molto su cui riflettere, soprattutto nei punti in cui il mio sguardo antropologico mi porta a considerare le vite delle persone nelle loro circostanze specifiche. La sua insistenza sulle conseguenze pubbliche della pratica spirituale è una delle ragioni per cui apprezzo il libro.

Vale la pena tornare alle voci in ordine alfabetico man mano che cambiano le esperienze e le domande di chi legge. Il lungo elenco di ruoli sociali lascia spazio anche a contributi che una concezione più ristretta della realizzazione spirituale potrebbe trascurare. Sono pagine che meritano di essere discusse.

Per chi pratica Reiki, il confronto può partire da ciò che accade all’attenzione coltivata durante una seduta, quando torniamo al lavoro o incontriamo i bisogni di un’altra persona. Petter ci invita a portare la pratica dentro queste relazioni. Le mie domande antropologiche riguardano il modo in cui lo facciamo accanto a persone le cui condizioni di vita possono essere molto diverse dalle nostre.

La frase incompiuta del preludio lascia a chi legge lo spazio per rispondere in modi che Petter potrebbe non aver previsto. Mi auguro che chi legge mantenga questa libertà e metta le parole del libro in rapporto con la propria esperienza. Chi riceve Reiki deve a sua volta poter esprimere ciò di cui ha bisogno, anche quando è diverso da quello che intendevamo offrire.

Riferimenti bibliografici

Ingold, Tim. 2017. On Human Correspondence. Journal of the Royal Anthropological Institute 23(1): 9–27.

Abu-Lughod, Lila. 1991. Writing Against Culture. In Recapturing Anthropology: Working in the Present, edited by Richard G. Fox, 137–162. School of American Research Press.

Appadurai, Arjun. 1996. Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization. University of Minnesota Press.

Mol, Annemarie. 2008. The Logic of Care: Health and the Problem of Patient Choice. Routledge.

Tronto, Joan C. 2013. Caring Democracy: Markets, Equality, and Justice. New York University Press.

Puig de la Bellacasa, María. 2017. Matters of Care: Speculative Ethics in More than Human Worlds. University of Minnesota Press.

Smith, Linda Tuhiwai. 2021. Decolonizing Methodologies: Research and Indigenous Peoples. Third edition. Bloomsbury Academic/Zed Books.

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